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Emilio Fede, l’addio dopo la malattia: dalla Rai a Mediaset e Berlusconi, ma in pochi sanno come iniziò la sua carriera

Il mondo del giornalismo televisivo italiano piange oggi la scomparsa di Emilio Fede, spentosi il 2 settembre 2025 all’età di 94 anni nella Residenza San Felice di Segrate (Milano), assistito dalle figlie Simona e Sveva.

Ma pochi ricordano che tutto è cominciato nella redazione della Gazzetta del Popolo a Torino, dove il giovane Fede affinò lo stile e l’approccio alla cronaca diretta che avrebbero caratterizzato la sua lunga e controversa carriera.

Emilio Fede, l’addio dopo la malattia: dalla Rai a Mediaset e Berlusconi, ma in pochi sanno come iniziò la sua carriera (ANSA) Uspms.it

Fede ha sempre diviso: per alcuni, incarnava uno stile diretto, giocato sul carisma personale; per altri, era l’esempio di un giornalismo troppo schierato e personale. La dinamica tra professionismo e vicinanza politica ha segnato intere stagioni del sistema dell’informazione italiano.

Il suo legame con Torino, dove iniziò la carriera, rimarrà un capitolo fondamentale di quella storia lunga e complessa che oggi chiudiamo con un addio.

Le radici di Emilio Fede: dalla Sicilia alla carta stampata

Nato il 24 giugno 1931 a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), Emilio Fede si trasferì in giovane età, insieme alla famiglia, a Roma, dove frequentò il liceo classico e iniziò a collaborare con alcuni quotidiani tra cui Il Momento – Mattino e Il Messaggero. La sua prima vera consacrazione avvenne a Torino, alla Gazzetta del Popolo, dove esercitò il ruolo di inviato speciale e affinò il gusto per il reportage sul campo.

Le radici di Emilio Fede: dalla Sicilia alla carta stampata (ANSA) Uspms.it

Nel 1958, Fede approdò alla Rai, inizialmente come conduttore a contratto de Il circolo dei castori, insieme a Enza Sampò e Febo Conti, per poi diventare assunto esclusivo nel 1961. Fu inviato speciale in Africa per otto anni, realizzando reportage in oltre 40 Paesi durante il periodo della decolonizzazione. In seguito lavorò nella redazione di TV7 con Sergio Zavoli, realizzando inchieste importanti come quella sugli ormoni nella carne, nota come la “bistecca agli estrogeni”.

Il suo volto divenne familiare al pubblico quando dal 1976 fu conduttore del TG1; nel 1981 ne divenne direttore, ruolo da cui gestì dirette storiche come quella drammatica su Vermicino, seguita da circa 25 milioni di spettatori e spesso indicata come il primo esempio di “TV del dolore”. Lasciò la Rai nel 1987, dopo una vicenda giudiziaria finita con assoluzione, e un contenzioso economico.

Dopo la Rai, intraprese il passaggio alla Fininvest (poi Mediaset): inizialmente con Videonews, quindi ideò e diresse Studio Aperto su Italia 1. Il 16 gennaio 1991, diede per primo in diretta la notizia dello scoppio della Guerra del Golfo con l’“operazione Desert Storm”, aprendo una nuova era per l’informazione privata in Italia.

Nel 1992 assunse la direzione del TG4, dove rimase fino al 28 marzo 2012, diventando il direttore più longevo della testata. La sua conduzione era caratterizzata dal “tg in piedi”, commenti personali e un forte legame con Silvio Berlusconi — tanto che il TG4 fu spesso accusato di evidente schieramento politico. La presenza delle cosiddette “meteorine” accanto al telegiornale fu una scelta editoriale controversa, che suscitò numerose polemiche.

Il suo rapporto con Mediaset si interruppe bruscamente nel marzo 2012, tra dimissioni e controversie mediatiche. Successivamente, rese pubbliche alcune difficoltà e tentativi di rientro nel giornalismo su canali minori e rubriche tematiche, ma il suo peso mediatico era ormai mutato.

Matteo Fantozzi

Giornalista pubblicista dal 2013 è laureato in storia del cinema e autore di numerosi libri tra cui “Gabriele Muccino il poeta dell’incomunicabilità” e “Gennaro Volpe: sudore e cuore”. Protagonista in tv di trasmissioni come La Juve è sempre la Juve su T9 e Il processo dei tifosi su Teleroma 56.

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