Sopra un crinale battuto dal vento, tra greggi e silenzi, un castello d’Abruzzo spunta come un miraggio. A Rocca Calascio il tempo non corre: scrive. E tra le sue pietre il cinema ha trovato una voce antica e potentissima.
Immagino la prima volta che ci arrivi. L’aria è più sottile. Il passo rallenta per forza. Il borgo è in equilibrio sulla roccia, a 1.460 metri, tra l’Appennino e la Piana di Navelli. Vedi il castello prima ancora di sentirlo. Poi capisci perché tanti lo chiamano “tra le nuvole”. Le mura sono nude, essenziali. Nessuna concessione al superfluo. E proprio qui scatta qualcosa: la mente va indietro, molto indietro.

Non è un set finto. È una fortezza nata intorno all’anno Mille per guardia e segnalazioni. Le pietre parlano chiaro. I restauri, mirati e rispettosi, hanno puntato a preservare l’impianto storico. Risultato: ambientazioni medievali credibili senza costruire quasi nulla. E per il cinema è oro puro.
Perché il cinema ama Rocca Calascio? La formula sembra semplice. Isolamento controllato. Orizzonti vasti. Zero cavi in vista. La luce, poi. Tecnici e registi lo dicono spesso: il tramonto qui lavora per te. Le ombre allungano i volumi, la pietra assorbe i rossi, il vento pulisce l’aria. D’inverno cambia tutto: meteo rapido, freddo teso, accessi da programmare. Non è comodo, ma inquadri e capisci perché vale lo sforzo.
Siamo nel Parco del Gran Sasso e Monti della Laga. Campo Imperatore è a due passi; la Piana di Navelli distende i suoi coltivi e, in autunno, la fioritura dello zafferano dell’Aquila DOP accende i campi di viola. È un Abruzzo di sostanza. Crudo, elegante, autentico.
I set che l’hanno resa iconica
A metà degli anni ’80 arriva il colpo di fulmine. Ladyhawke (1985), fantasy di Richard Donner con Rutger Hauer e Michelle Pfeiffer. La produzione cerca una rocca visibile da lontano e raggiungibile con troupe leggere. Trova Rocca Calascio. Le sequenze sulle mura e lungo i pendii sono ancora oggi riconoscibili. Il taglio delle inquadrature sfrutta i dislivelli. La fortezza regge il primo piano senza sforzo.
Poco dopo, Il nome della rosa (1986). Jean-Jacques Annaud guida un Sean Connery memorabile. Qui le riprese interessano l’area della rocca e gli esterni necessari a evocare un monastero remoto. L’accoppiata con la Sacra di San Michele in Piemonte è nota; in Abruzzo, la solitudine del paesaggio fa la sua parte. Alcune scene d’apertura e chiusura usano proprio il profilo del castello e il vicino Campo Imperatore. Funziona perché non c’è tempo moderno nell’inquadratura.
Nel 1997 tocca a Il viaggio della sposa di Sergio Rubini. Storia secentesca, strade minori, spazi stretti. Il borgo offre cortili, viottoli, ruderi senza disturbi visivi. Il vento di quota entra nell’immagine e ne cambia il tono. I tecnici salgono di quota per campi larghi. La narrazione respira.
Anche fiction e documentari scelgono spesso questa cornice. Vivere a Calascio oggi significa tornare al passato. Case che riaprono, interventi di recupero leggeri, ancorati ai materiali originari. In alta stagione l’accesso veicolare può essere regolato; a piedi, dal paese, arrivi al castello in 20–30 minuti su un sentiero evidente. Porta acqua. Vestiti a strati. Il tramonto ripaga, quasi sempre.





